giovedì, 04 settembre 2008

Il Museo d’Orsay ed i biscotti caldi...

torniamo a parlare di musei...
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Sulla bellezza del Museo D’Orsay (che condividiamo) già è stato scritto molto e basta cercare su internet per avere tutte le notizie della sua storia.  Da sinistro scalo ferroviario che ha visto passare deportati nei lager e feriti di ritorno dal fronte, al grande progetto di ristrutturazione, che permette ogni anno a decine di migliaia di turisti di vedere opere uniche.
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Vorremmo parlare, per brevità, di tutto il d’Orsay attraverso una sola sua  opera e precisamente il ballo al Moulin de la Galette.
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Questo quadro ci sembra rappresentare tutta un'epoca, uno stile ed un modo di dipingere,  ma anche un opera d'arte che influenzerà dal punto di vista pittorico anche il secolo successivo.
Ma andiamo con ordine.
Anzitutto il Moulin de la Galette esiste, è a Montmartre, e l’abbiamo anche fotografato. 

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Si trattava di un mulino che sfornava all’alba caldi biscotti che avrebbero poi raggiunto le varie panetterie del quartiere e che era diventato, siamo nella metà dell’ottocento, il ritrovo degli artisti, primi tra tutti quelli che lavoravano al vicino Moulin Rouge, che finito il proprio lavoro, andavano a far colazione con quei buoni biscotti della “galette”.
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Renoir nel 1876 dipinge un ballo avvenuto nel giardino del mulino (che nel frattempo si era evoluto anche a bistrot), ma lo dipinge con una nuovissima invenzione, cioè con la pittura in movimento e all’aperto (cd. plen air), dove la luce del sole che illumina la scena, viene filtrata dai rami e dalle foglie degli alberi con una tale intensità da fare in modo che i riflessi della luce siano prevalenti sulle figure stesse.
 E' la luce che crea l’effetto pittorico del quadro. Non dimentichiamoci poi, che si tratta anche di un quadro di grande formato. L’artista ha voluto mettere anche alcuni suoi amici nel dipinto: il pittore Vidal, sulla sinistra che danza abbracciato alla comune amica Margot, il critico Rivière al tavolo sulla destra.
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Possiamo dire però che tutto l’interesse di Renoir sta sugli effetti della luce sulle persone. Basta vedere con attenzione i riflessi di luce verde sul volto e sul vestito a righe della donna in primo piano o la schiena del suo accompagnatore. Nel quadro l’autore si inventa anche una prospettiva tale da far pensare ad una grande calca nel locale. Tutto ciò è ottenuto dipingendo sulla parte destra persone “tagliate a metà” su diversi piani a partire da quelle sedute. Tutto produce quell’aspetto di festosa confusione e concentrazione nella zona del ballo.
Inutile dire che la critica del tempo stroncò “queste ridicole figure danzanti sull’inconsistente”.
Per noi invece il ballo al Moulin de la Galette è un bellissimo quadro che rappresenta una specie di manifesto dell’impressionismo e della pittura del quotidiano, lo studio della luce indica poi la via ai futuri macchiaioli del “caffè Michelangelo” che proprio attraverso l’uso di uno specchio “affumicato” studiavano gli impatti del colore sul paesaggio visto nel riflesso.
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 Il viaggio continua...
postato da: nuovocinema alle ore 08:20 | link | commenti
categorie: il museo d’orsay ed i biscotti
lunedì, 25 agosto 2008

COLORI

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( isole minori della laguna  F&A) 
In ogni civiltà il colore è stato usato non solo come forma d’arte ma anche come medicina e come aspetto sacerdotale. Il bianco, il nero, , il blu, il rosso, il viola, il porpora ecc.
Streghe, maghi, sciamani, ma anche sacerdoti di ogni fede hanno sempre utilizzato i colori nelle loro pratiche.
Teorie sui colori che guariscono li troviamo già ai tempi dei sacerdoti Sumeri , in Persia tra i seguaci di Zoroastro, in Egitto presso Heliopolis (qui la cura era tramite pietre preziose colorate attraverso le quali filtravano i raggi solari), ma altre tracce sono in Grecia, in Tibet “l’essenza dell’uomo, il suo interiore, è legato al colore” (ci vengono in mente anche i colori dei chakra).
In Cina, per alleviare ai malati disturbi mentali ed epilettici, venivano coricati su tappeti viola o blu e posti in stanze dove le finestre erano di vetro dello stesso colore. La stessa cosa avveniva nel medioevo nella cattedrale di Chartres (il famoso blu di Chartres) dove i pazzi potevano guarire sotto i riflessi dei rosoni di vetro blu delle vetrate.
Se il bianco è il bene (perché riflette ogni colore) il nero è male perché non ha alcuna riflessione di colore.
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Nella tradizione popolare se il verde è il colore dell’abbondanza, esserne escluso significa essere povero “al verde”.
Anche grandi personaggi del passato si sono interessati ai colori ed alla loro influenza: Paracelso, pseudonimo di Teofrasto Bombastus von Hohenheim (c.1493-1541), tedesco medico e farmacista ha svolto studi sull'influenza dei colori e salute; molti dei suoi rimedi sono basati sulla convinzione: "Che cosa simile cura la stessa” e per far questo occorreva luce e colore.
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IIsaac Newton (1642-1727), ha pubblicato nel suo lavoro "ottica", la teoria in base alla quale la somma di diversi raggi del prisma di luce rappresentano un colore diverso con proprie caratteristiche e proprietà autonome.
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Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832), nel suo libro "Il trattato di colori" (2 vol. 1791 e 1792), pubblicato nel 1810, ha spiegato l’aspetto metafisico dei colori, sintetizzato il loro potere in una frase: "La luce governa la fisica ..." in opposizione al concetto puramente naturale di colore che è stato proposto e difeso da Newton.
Goethe ha detto che un giorno la sua teoria sui colori sarebbe diventata la più importante sua opera.
Rudolph Steiner (1865-1925), filosofo sociale e scienziato, ha scritto l'introduzione e commento alle opere di Goethe pubblicato nel 1880 e nuovamente nel 1890, cercando di capire il colore attraverso le emozioni.
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La filosofia Steiner ha visto l'uomo come un essere di luce, ha pensato che l'anima viva nel colore, tra la luce e le tenebre; che la vita irradia colore, e che la malattia è una nuova consapevolezza che deve portare al ripristino dell'equilibrio della luce.
Steiner ha posto i colori divisi in due categorie: la prima (rosso, blu e giallo) la seconda (verde, bianco, nero e pesca), la prima è azione la seconda è forma.
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 Edwin D. Babitt, fisico, mistico e artista, ha pubblicato nel 1878 a New York il suo libro, relativo all'attuazione delle vibrazioni dei colori in medicina: "Principio di luce e di colori" nel 1896 quando ha pubblicato l'aggiornamento ha aggiunto il capitolo cd. "termolume", descrizione di una cabina con luci colorate in cui la persona si siede per il trattamento e comprensiva di un disco di cromo, a forma di imbuto, con compito di concentrare la luce e filtrarla.
Johann Jacob Balmer, un matematico e fisico a Basilea (Svizzera), nel 1885 messo a punto una formula basata sul colore spettro di idrogeno. Questa formula, che porta il suo nome, aiuta i fisici a meglio comprendere il significato delle vibrazioni di colori in natura.
Foveau di Courmelles ha pubblicato nel 1890 in Francia il primo libro sulla cromoterapia.
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il viaggio continua...
 
 
postato da: nuovocinema alle ore 13:25 | link | commenti (2)
categorie: colori
martedì, 05 agosto 2008

Genova e le prigioni del Palazzo

 
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Nei giorni scorsi abbiamo visitato la prigione di Palazzo Ducale a Genova e ci hanno molto colpito i graffiti dei prigionieri, tanto da averne fatto un piccolo reportage che vogliamo condividere con voi.
 
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Paradiso, Superbia, Examinatorio, Canto, Stanza della Cappella, Reginetta, Armi, Donne, Pregionetta, Pistolle, Diana, Colombara, Luna, Granda, Palma, Gentilomo, Gabbia, Ferrate, Sicurezza, Dianetta, Gallina, Strega, Volpe, Capitania, Ospedale, Pozzetto.
Questi i nomi delle celle dati dai detenuti, secondo alcuni esisteva anche una cella chiamata Grimaldina che avrebbe dato poi il nome corrente alla Torre.
 
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Il carcere detto la Grimaldina era riservato solitamente ai detenuti politici . Poco vitto e i disagi delle intemperie minavano in poco tempo la salute dei detenuti. Noi stessi, nella mezz’ora di visita abbiamo avuto problemi per il gran caldo e l’assenza di ventilazione. Impossibile immaginare lo stato di tutti quei detenuti costretti in celle basse e di dimensioni non superiori ai 5 metri di lato.
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Come dice la guida tascabile, i carcerati riposavano su fetidi pagliericci, avvolgendosi in coperte sporche e spesso nell'inverno, quando la tramontana e il nevischio imperversavano attraverso le inferriate, adoperavano pagliericci e coperte per ripararsi alla meglio ammucchiandoli lungo i finestroni.
In due piani della torre erano riservate due sale speciali: gli examinatorii.
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 Là sorgeva il tribunale con strumenti di tortura come l'eculeo o cavalletto e la corda a cui gli inquisiti venivano appesi per le braccia legate dietro la schiena a volte con l'aggravante di pesi attaccati ai piedi.
Un altro sistema, usato come complemento del primo, era la sveglia e consisteva nella posizione della corda, mitigata da un appoggio sotto i piedi, una semplice tavola attraverso due cavalletti.
Se alla corda non si doveva durare legalmente oltre una mezz'ora, alla sveglia in compenso si potevano trascorrere molte ore. Quando il giudice o il cancelliere comandavano di alzare l'inquisito "ponevano", come dicono i verbali, "in corso l'orologio".
Solamente usavano l'astuzia di coprire coi libri e colle carte l'ampollina, perchè il tormentato non avesse coscienza dello scorrere del tempo e quindi fosse più sensibile alla tortura e meno caparbio nel silenzio.
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Ogni tanto il medico (il barbero o il fisico, secondo l'importanza del caso) visitava il paziente per constatare se qualche difetto organico non gli vietasse di sopportare il tormento.

 Il corredo personale del Maestro di giustizia era composto da una variegata collezione di mannaie, lacci, tenaglie, tornetti e coltelli.
Non tutte le esecuzioni a Genova avevano luogo alla Malpaga, al Castellaccio o alla Lanterna. Le condanne a morte per reati politici erano quasi sempre eseguite segretamente a Palazzo.

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In una camera accanto a quella delle torture il carnefice strozzava il condannato alla spagnola con un laccio e un bastone, oppure lo decapitava con la corta mannaia posata sul collo e battuta con una pesante mazza.
Il tronco veniva poi composto, vestito talvolta da terziario francescano con la testa deposta fra i piedi. A questa esposizione, inscenata nel cortile di Palazzo, si affollava il popolino.

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Queste pitture, compiute con polveri colorate ed acqua senza alcuna sostanza per fissarle, sono di un valente maestro genovese e si possono datare dal 1618 al 1628.
In quegli anni furono imprigionati Sinibaldo Scorza (1625 per lesa maestà), Domenico Fiasella (1626 per ferimento), Luciano Borzone (1628 per ferimento) e nello stesso tempo e per la stessa ragione A.G. Ansaldo.
Questa decorazione che si estende a tutte le pareti della cella campanaria fu eseguita prima che fosse stata dimezzata dalla sistemazione a prigione con relative scale, copriva anche le bifore cinquecentesche murate.
Passiamo quindi a datare i lavori di sistemazione interna della torre dopo il 1630.


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Pieter Mulier fu il miglior pittore di paesaggio attivo nell'Italia settentrionale fra il 1670 e il 1700, rappresentando il legame fra la pittura di paesaggio romana del Seicento e quella veneziana del secolo successivo.
Nato ad Harlem (Olanda) nel 1637, il Tempesta ebbe come primo maestro il padre, ma apprese i primi rudimenti della pittura di paesaggio ad Anversa, dove si era trasferito nel 1655.
 Il soprannome "Tempesta" compare per la prima volta su un disegno del 1659 e con esso venne ascritto alla locale Gilda dei pittori olandesi.
In quegli stessi anni l'artista entrò in contatto con un grande maestro che avrebbe avuto un'influenza decisiva sulla sua vita: Corneli De Wael, il grande pittore di marine e battaglie che aveva soggiornato a Genova per quarant'anni per poi trasferirsi a Roma.

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Alla base della decisione del Tempesta di compiere, nel 1668, lo stesso percorso, ma a ritroso, ci fu probabilmente la consapevolezza che a Genova, dopo la partenza del De Wael, non era rimasto alcun pittore di marine di talento.
Ma la ragione di fondo era probabilmente più grave: la gelosia nei confronti della moglie, che aveva fama di essere una donna di facili costumi, al limite della prostituzione.

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Questo sentimento, covato per anni, aveva finito per causargli seri problemi di salute minando il suo equilibrio nervoso.
Per qualche tempo il Mulier visse nel monastero di San Giacomo a Carignano, poi si trasferì in centro, a più stretto contatto con i suoi datori di lavoro, fra cui i Doria e i Brignole Sale.
Nel frattempo trovò il modo di innamorarsi di Anna Eleonora Beltrami, una gentildonna torinese abbandonata dal marito.
Nello stesso anno però mandò a chiamare la moglie legittima, rimasta a Roma con i figli, la quale nel frattempo, aveva partorito altri tre bambini, evidentemente nati da relazioni extraconiugali.
Durante il viaggio Lucia venne assassinata nei pressi di Sarzana, nel territorio del Ducato di Massa, da due sicari prezzolati: Angelo Luigi di Valle Rustica, un soldato di ventura corso, e Massimiliano Capurro, un adolescente Genovese

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Il Tempesta venne arrestato il 13 gennaio 1676 come mandante dell'omicidio.
Il processo si svolse il nel gennaio del 1679 ed il pittore, riconosciuto colpevole, fu condannato a vent'anni di prigione, nonostante la strenua difesa dell'avvocato milanese Giovanni della Torre, uomo di fiducia del conte Borromeo.
Nello stesso anno, benché recluso, il Tempesta sposò la donna amata.
Durante il periodo di detenzione, continuò a lavorare alacremente, realizzando una grande quantità di opere per il patriziato genovese.

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Per consentirgli di lavorare con tranquillità, gli venne assegnato un atelier di eccezione; il vano della campana nella Torre del Popolo di Palazzo Ducale, da cui poteva godere una magnifica vista sulla città e sul porto.
Alcuni dei suoi quadri migliori appartengono proprio a questo periodo, anche se da essi traspare il tormento per la detenzione e per il progressivo calo della vista.
Per sua fortuna gli amici milanesi non lo abbandonarono e dopo anni di trattative ad alto livello, condotte dal conte Borromeo e dal governatore spagnolo di Milano, il Tempesta venne dichiarato innocente e scarcerato il 15 ottobre 1684.

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Fra i detenuti più "celebri" rinchiusi fra le mura della Torre Grimaldina ricordiamo, oltre a Jacopo Ruffini, Domenico Della Chiesa e Giulio Cesare Antonio Vachero. Il nobile Domenico Della Chiesa fu incarcerato nella Torre senza processo per compiacere il fratello senatore.
Nel 1612, come emerge dagli atti dell'inchiesta sulla sua rocambolesca fuga, evase, dopo una serie di ingegnosi stratagemmi, salendo nella cella campanaria, e da qui, servendosi della bandiera della Torre, si calò sul terrazzo del Cortile Maggiore e quindi attraverso l'atrio e la piazza, uscì dal palazzo.
Vachero fu il cospiratore di una delle più gravi congiure, avvenuta nel 1628 e appoggiata da mano straniera. La sommossa fu preparata a Torino da Giovanni Antonio Ansaldi, genovese ma agente di Carlo Emanuele di Savoia, che l'aveva fatto conte, e a Genova da Vachero.
Il progetto era di far leva sul malcontento popolare per scatenare una rivolta all'interno della città, durante la quale la cavalleria sabauda avrebbe mosso da Acqui verso Genova.
Nella congiura organizzata dall'Ansaldo e dal Vachero erano coinvolti mercanti, medici, militari appartenenti a diversi ceti, dal popolo grasso, agli artigiani, ai poveri.

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Qualche cenno sul patriota e martire Jacopo Ruffini (dal sito del Comune di Genova)
Jacopo Ruffini nacque a Genova il 22 giugno 1805 da Bernardo ed Eleonora Curlo nella casa di proprietà Brignole situata nell'antica Strada Dritta al Molo (oggi Via delle Grazie, 13).
Per una curiosa coincidenza Jacopo nacque nello stesso giorno in cui a Genova in via Lomellini vedeva la luce il suo grande amico Giuseppe Mazzini.
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Jacopo era il quartogenito dei fratelli Ruffini poiché l'avevano preceduto Ottavio, Vincenzo e Carlo.
Il padre di Jacopo, Bernardo, incrollabile monarchico e conservatore, era originario di Finalmarina.
Si laureò in legge, appena ventenne, nell'ateneo genovese per poi stabilirsi col padre ed i fratelli nel capoluogo ligure dove arrivò a coprire la carica di vice presidente del Tribunale di Prefettura.
Nel 1829, auspice Mazzini, il Ruffini si affiliò alla Carboneria.
L'anno seguente scoppiava in Francia la rivoluzione di luglio che portò al trono Luigi Filippo e fece sobbalzare tutta l'Europa di commozione.
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In Piemonte cominciarono i primi arresti: la mattina dell'11 novembre Giuseppe Mazzini, che ritornava dalla sua villa di Posalunga a Bavari, veniva arrestato e rinchiuso nella fortezza di Savona, da dove uscì il 2 febbraio 1831.
Intanto le pesanti e puerili persecuzioni poliziesche e l'amara delusione provata dopo l'avvento al trono di Carlo Alberto, salutato dapprima con vivo entusiasmo dai liberali, poi rivelatosi artefice di una politica incerta, spinsero Jacopo sulla via della cospirazione.

Nello stesso tempo in cui Jacopo Ruffini assumeva il suo servizio di assistente all'ospedale di Pammatone, un capitano della marina mercantile recava da Marsiglia a Genova il piano particolareggiato della Giovine Italia, l'associazione nazionale, foggiata sull'Eteria greca, che Mazzini aveva ideato nella fortezza di Savona.

Jacopo radunò nell'appartamento abitato dalla sua famiglia il gruppo dei più fidi amici di Mazzini e cioè il fratello Giovanni, il dottor Napoleone Ferrari di Porto Maurizio, Federico Campanella, compagno di studi di Giovanni ed il marchese G.B. Cambiaso.
Dopo aver esposto il piano di Mazzini, egli dichiarò che bisognava contare sul proprio coraggio, sulla devozione incrollabile alla grande causa dell'indipendenza nazionale.
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I compagni ad una voce lo acclamarono loro capo ed Jacopo accettò, ma, come presagendo il prossimo martirio pronunciò queste parole:
"Io ho il presentimento che a pochi di noi sarà concesso di vivere tanto da vedere il frutto delle nostre fatiche; ma il seme sparso germoglierà dopo di noi,ed il pane che avevamo gettato sopra le acquesarà trovato".
L'arresto e la morte
Jacopo Ruffini fu l'anima di quella vasta trama che avrebbe dovuto provocare un moto insurrezionale a Genova ed in Alessandria nel giugno del 1833.
Arrestato nella notte dal 13 al 14 maggio, Jacopo fu rinchiuso nella Torre di Palazzo Ducale che fungeva da prigione di stato e sottoposto a lunghi e tormentosi interrogatori che durarono un mese.

Per lungo tempo si è creduto che il delatore che portò Ruffini in carcere fosse il dottor Giambattista Castagnino, suo amico e collega, ma da studi più approfonditi degli atti processuali si è scoperto che gli accusatori furono due furieri di fanteria: Sebastiano Sacco e Lodovico Turffs.

Nella notte dal 18 al 19 giugno, alle due di notte, i guardiani delle carceri, facendo la consueta visita alla segreta dove il Ruffini era rinchiuso, lo trovarono steso a terra immerso nel proprio sangue.
La tesi del suicidio non ha però mai convinto del tutto.
Jacopo Ruffini era destinato, come capo dei cospiratori, al patibolo, ma questo avrebbe dato ulteriore spinta ai moti insurrezionali.
La soluzione dell'omicidio ben mascherato da suicidio consentiva di liberarsi del capo dei cospiratori offrendo inoltre all'opinione pubblica l'immagine di un vile che si era tolto la vita.
il viaggio continua...
 
venerdì, 18 luglio 2008

Il Centro Pompidou

 

"L'arte moderna si chiama così perché non ha nessuna probabilità di diventare antica" (Nikita Kruscev)
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George Pompidou nel 1969 decise di creare nel centro di Parigi una grande biblioteca pubblica ed un centro culturale che potesse esporre tutte le forme di arte contemporanea.
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Il progetto, in senso politico, gli avrebbe permesso di contrastare New York che da tempo aveva assunto il primato mondiale di città mecenate dell’arte moderna. Inoltre, dal punto di vista architettonico, Parigi era ferma da troppo tempo e non era più punto di riferimento per l’arte del XX secolo.

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Tutte le volte che visitiamo Parigi è fatto obbligo vedere il suo museo d’arte moderna.

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Forse stiamo invecchiando ma, l’ultima volta, la perplessità ha prevalso su altre sensazioni. Invitiamo tutti, attraverso questo post, a rivisitare la mostra. Ogni commento è ben gradito. Tra una foto e l’altra troveremo i commenti di alcuni grandi artisti.

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"Io sono l'unico artista copiato dalla natura" (Salvator Dalì)

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Allen: "... bello quel quadro di Frank Kline eh?" Ragazza: "Si, bello". Allen: "A te cosa ti dice?" Ragazza: "Riafferma la negatività dell'universo. L'atroce solitudine e il vuoto dell'esistenza -il nulla- la condanna dell'uomo costretto, a vivere in una brulla eternità senza Dio, come una fiammella che vacilla in un immenso vuoto, senza nulla intorno che desolazione, orrore e degradazione... stretto in un'inutile, squallida camicia di forza in un cosmo tenebroso, assurdo". Allen: "Cosa fai sabato sera?" Ragazza: "Mi suicido". (Woody Allen)

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"L'opera d'arte è sempre una confessione" (Umberto Saba)

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"Tutti i bambini sono degli artisti nati. Il difficile sta nel restarlo da grandi" (Pablo Picasso)

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"L'arte è ciò di cui non si capisce il significato, ma si capisce avere un significato" (Anonimo)

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"La pittura non è fatta per decorare gli appartamenti. E' uno strumento di guerra offensiva e difensiva contro il nemico" (Pablo Picasso)

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"L'artista è figlio del suo tempo, ma guai a lui se ne è anche il discepolo o peggio ancora il favorito" (Friedrich Schiller)

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"L'arte del decorare consiste nel fare nelle case degli altri quello che non ci si sognerebbe mai di fare nella propria" (Le Corbusier)     

 (p.s. sono collants con sassi)

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          (non è una stanza in disordine, è l'opera dell'artista)

"Lo sfortunato aforisma proposto sull'Arte come specchio della natura è volutamente espresso da Amleto per convincere gli ascoltatori della sua assoluta pazzia in materia d'arte" (Oscar Wilde)

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"Io non sono un bravo pittore. Sono troppo intelligente per essere un bravo pittore. I bravi pittori sono stupidi, ad eccezione di Velàzquez che era un genio" (Salvator Dalì)

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             (colore del quadro: blu scuro)

             (sotto: turista che non sa se sta guardando un opera d'arte o un pezzo di asta, segnaletica del museo)

il viaggio continua...

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postato da: nuovocinema alle ore 10:29 | link | commenti (2)
categorie: parigi, arte moderna, centro pompidou
domenica, 13 luglio 2008

LE PAROLE DELLA TERRA -ASIA

 

LE PAROLE DELLA TERRA   parte seconda

 

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Come abbiamo detto nel precedente post, “Le parole della terra” è il titolo di una interessante mostra al Forte di Bard, vicino a Pont St. Martin in Valle d’Aosta.

 

Nel precedente post abbiamo evidenziato come la terra che conosciamo è la pelle viva del pianeta. Il suolo che calpestiamo è parte di questo corpo: è lo strato che riveste il nostro pianeta. Nel mondo urbanizzato la nuda terra scompare. Questo corpo naturale viene nascosto ai nostri occhi e più in generale  ai nostri sensi da altre pelli, nuove pelli materiali, anche antropologiche e culturali.

 

LE ORIGINI DEL MITO DELLA TERRA

(parte seconda) Miti dell'Asia

 

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Primo reperto/Asia  (Sigillo cilindrico con impronta raffigurante il dio babilonese Marduk 2000-1800 a.C. Babilonia)

 

Secondo la mitologia babilonese la creazione avvenne a opera di due divinità primordiali Apsu e Tiamat personificazione dell'oceano di acqua dolce e dell'oceano di acqua salata dalla cui unione nacque la prima generazione degli dei.

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Successivamente Tiamat, per vendicare l'uccisione del suo sposo Apsu, mosse guerra contro gli dei insieme ad un esercito di mostri.  Marduk figlio di Ea, dio  della saggezza, affrontò e vinse Tiamat, ne prese il corpo e, dopo averlo spaccato in due, costruì il cielo e la terra. Quindi innalzò la testa di  Tiamat sulla cima di un monte e dai suoi occhi trasse i fiumi Tigri ed Eufrate, creò infine gli astri, costruì dimore degli dei e fissò i cardini del mondo.

 

 

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Secondo reperto/Asia: Mappa  babilonese del mondo (700 a.C. Londra British Museum)

 

La tavoletta cuneiforme, unico esemplare esistente, raffigura una singolare mappa del mondo Mesopotamico: la terra, raffigurata da un cerchio, è circondata da un corso d'acqua classificato come sale-mare. Intorno al margine esterno del sale-mare si distribuiscono quelle che probabilmente erano in origine otto regioni  ognuna  contraddistinta da un triangolo. Il testo babilonese descrive queste regioni abitate da eroi e animali. Babilonia appare al centro: è il rettangolo posto nella metà superiore del cerchio. Le altre città sono indicate con segni ovali e circolari.

 

 

 

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Terzo reperto/Asia: La divisione della Palestina (1802 manoscritto Jewish National University Library)

 

Il riferimento alla terra promessa appare per la prima volta nell'antico testamento nel passo in cui Dio promette ad Abramo che avrebbe donato una nuova terra a lui e i suoi discendenti. La mappa raffigura la divisione della terra promessa nelle 12 tribù d'Israele: sulla destra è evidenziata dalla linea punteggiata la strada percorsa dai figli di Israele nel deserto.

 

 

 

 

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Quarto reperto/Asia: Ascensione di Maometto con l’Angelo Gabriele

 

Secondo il Corano, così come secondo la tradizione ebraica e cristiana, Adamo venne creato dall'argilla. Nella religione islamica accanto al racconto della creazione del primo uomo nacquero numerose leggende e tradizioni profetiche. Si narra che Dio avesse inviato sulla terra l'angelo Gabriele affinché gli portasse una manciata d'argilla ma la terra si rifiutò di donargliela in seguito venne mandato anche l'angelo Michele che ricevette il medesimo rifiuto.

Allora Dio impartì lo stesso ordine all'angelo della morte il quale strappo con forza dell'argilla bianca nera e rossa origine dei diversi colori dell'umanità.

 

 

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Quinto reperto/Asia: Universo come uovo cosmico.  (XV- XVII sec. Nepal)

 

Secondo gli antichi testi indù la nascita del mondo è avvenuta grazie al sacrificio di Parusha, il gigante primordiale dal cui corpo nacquero tutti gli elementi dell'universo, oppure da un uovo primordiale suddiviso in diverse sezioni orizzontali. La terra, simile a un disco, si estende nel punto in cui l'uovo è più largo ed è suddivisa in sette continenti detti  isole, circondata  da altrettanti mari. Il cosmo viene spesso raffigurato come un essere antropomorfo a sottolineare la diretta corrispondenza tra macrocosmo e microcosmo tra universo ed essere umano.

 

 

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Sesto reperto/Asia: Vishnu come Varaha salva la Bhumi

 

Associata all'immagine di madre nutrice, la terra è una delle due spose di Vishnu dio della conservazione e della stabilità insieme a Lakshimi dea della prosperità e abbondanza. Secondo la filosofia indù per ripristinare l'armonia dell'universo interrotta da un disequilibrio, intervenne Vishnu che ogni volta assume un aspetto particolare, o incarnazione, detto Avatara. Varaha  il cinghiale è la terza delle sue 10 incarnazioni ed è direttamente connessa al mito della creazione, quando il mondo era sommerso dalle acque e la terra era stata cacciata nel fondo degli abissi da un demone. Vishnu assume le sembianze del cinghiale, si tuffa negli abissi, uccide il demone e salva la terra sollevandola sulle sue zanne

 

 

 

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Settimo reperto/Asia: Inizio di primavera -Kuo Hsi (1072 c.a. Taipei)

 

All'inizio dei tempi  cielo e terra erano una massa indistinta, un caos primordiale raffigurato da un uovo all'interno del quale nacque Pan Gu

 

Un giorno Pan Gu si svegliò rompendo l'uovo in due, la parte superiore divenne cielo la parte inferiore terra, mentre Pan Gu nel mezzo, teneva i  due elementi separati con le proprie mani affinché non cadessero nuovamente l'uno sull'altra. Col passare del tempo e il cielo si allontanava, la terra diventava sempre più spessa e Pan Gu cresceva con loro. Passati i 18.000 anni il processo di formazione del cielo e  della terra fu portata a compimento e per l'immenso sforzo Pan Gu cadde a terra.  Dal suo gigantesco cadavere nacque l'universo: i suoi occhi divennero il sole e la luna, dal suo sangue nacquero i fiumi, dai suoi capelli gli alberi e le piante.

 

 

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Ottavo reperto/Asia: L'imperatore giallo (Huahg Di)

 

Secondo il filosofo Tsu Yeng (terzo secolo avanti Cristo), l'ordine cosmico e gli eventi umani sono governati dal ciclico alternarsi dei cinque elementi, o fasi: acqua, legno, metallo, fuoco e terra intesi come energia creativa, non come elementi statici. Ogni sovrano e la sua dinastia è caratterizzata da uno dei cinque elementi che susseguono trionfando l'uno sull'altro. Si racconta che al tempo di Huang Di, meglio conosciuto come imperatore giallo, il cielo fece apparire vermi di terra e grilli giganti permettendo a Huang Di di dichiarare che le energie della terra stavano trionfando. Egli stabilì che il suo emblema sarebbe stato giallo colore associato alla terra ed in  ogni impresa si uniformò a questo elemento.

 

LE PAROLE DELLA TERRA - EUROPA

 

 

LE PAROLE DELLA TERRA

 

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“Le parole della terra” è il titolo di una interessante mostra al Forte di Bard, vicino a Pont St. Martin in Valle d’Aosta.

La scorsa settimana l’abbiamo visitata  ed i suoi contenuti ci hanno  offerto numerosi spunti per questo blog.

 

Partiamo dalla premessa della mostra e cioè che ogni cultura ha rappresentato il suo rapporto con l'elemento terra secondo la propria peculiare sensibilità, direttamente derivata dalla realtà in cui viveva.

 

 

La terra che conosciamo è la pelle viva del pianeta. Il suolo che calpestiamo è parte di questo corpo: è lo strato che riveste il nostro pianeta. Nel mondo urbanizzato la nuda terra scompare. Questo corpo naturale viene nascosto ai nostri occhi e più in generale  ai nostri sensi da altre pelli, nuove pelli materiali, anche antropologiche e culturali.

Nella parte che segue cercheremo, grazie a quanto i reperti in mostra ci rivelano, di scoprire il primo strato di questa pelle. Si tratta di una maschera fluida, non definita che ridisegna il mondo delle forme attraverso il mito, il passaggio dall'assenza di forma alla forma primordiale.

La velocità con cui viviamo non ci consente più di fermarci ed osservare che sotto l'asfalto c'è sempre  terra, sabbia, pietra ed erba.

 

 

LE ORIGINI DEL MITO DELLA TERRA

 

 

LE ORIGINI DEL MITO IN EUROPA

 

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Primo reperto/Europa:     Venere di Willendorf (circa 25.000 a.C. Vienna) Tipiche espressioni artistiche del paleolitico, le cosiddette “veneri”  sono state rinvenute le in una vastissima area che si estende dall'Europa occidentale alla Siberia. Gli studiosi sono pressoché concordi nel ritenere che le figure, caratterizzata da una comune fisionomia adiposa particolarmente accentuata sui segni sul ventre, riflettano l'idea d'una grande dea fertile, dea madre di tutto, che rappresenta la procreazione, il nutrimento, la morte e la rigenerazione.

 

La dea è essa stessa terra e natura che in sintonia col volgere delle stagioni dona la vita in primavera e provoca la morte e d'inverno contribuendo allo svolgersi dell'eterno ciclo di nascita vita morte rinascita.

 

 

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Secondo reperto/Europa:         Ymir e Audhmia (1790, olio su tela Statens Museum Copenhagen).    Secondo la mitologia scandinava all'inizio dei tempi vi era solo Ginnungagap, ovvero un “abisso spalancato”.  Al Nord del Ginnungagap si trovava una regione gelida e oscura, il Nifheim, a sud invece una terra di fiamme ardenti, il Muspell. Dalla fusione dei cristalli di ghiaccio del Nifheim a contatto con l'aria calda del Muspell nacquero i miti e il gigante primordiale e la mucca Audhumia, dal cui latte Ymir trasse nutrimento. Ymir venne in seguito ucciso dai tre dei: Odino, Vili i e Ve che dal suo corpo crearono il mondo. Con la carne del gigante realizzarono la terra con il suo cranio il cielo e le sue ossa divennero montagne, i suoi capelli alberi. Dal sangue delle sue ferite prese origine l'oceano e dal suo cervello, scagliato in cielo, le nuvole.

 

 

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Terzo reperto/Europa:  Yggdrasill (1880 Berlino)

 

Yggdrasill è l'albero cosmico, asse del mondo, identificabile come un frassino o come un tasso, che sorregge i nove mondi che compongono l'universo delle popolazioni nordiche. Il suo tronco attraversa il piano medio situato tra cielo e inferi, il Midharth, o recinto di mezzo, dove vivono gli uomini, e le sue fronde si innalzano fino a raggiungere il cielo, dimora degli dei. Secondo la leggenda quando gli dei uccisero Yggdrasill crearono la terra col suo corpo utilizzando le ciglia del gigante per innalzare attorno alla terra degli uomini una sorta di bastione, per contenere proteggere gli essere umani dai giganti che abitavano i confini del mondo. Lo spazio è delimitato da questo bastione è appunto il Midgharth.

 

 

 

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Quarto reperto/Europa: il Rilievo di Cirencester (I-II sec. a.C.)

 

L'immagine di una dea madre terra legata al culto della fertilità  era molto diffusa tra i celti. T ra le divinità del loro Pantheon un posto di rilievo spettava alla triade di dee femminili, le tre madri connesse alla fecondità e cicli vitali della natura che figurano spesso accompagnate da simbolici richiami alla fertilità come i neonati, frutta, pane, grano. Queste divinità sono raffigurati in gruppi di tre, numero sacro e magico che, se ripetuto, amplifica e intensifica il valore simbolico dell'immagine. Il 3 richiama la totalità in ambito temporale rappresenta il presente, il passato e il futuro, se riferita allo spazio allude al davanti, al dietro e al “qui”, oppure al cielo, alla terra, al mondo dei morti.

 

 

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Quinto reperto/Europa un: Vitolis Trusys, Zemyna, dea della terra (1978 Vilnius)

 

Tra le dee madri baltiche figura la lituana Zemyna il cui nome deriva da zeme ovvero “terra”. Essa incarna l'immagine della dea madre, madre terra, fertile e potente, che dona la vita e presiede al rinnovamento stagionale. I rituali che regolano le offerte in suo onore: birra, pane, animali o uccelli neri andavano rispettati nel dettaglio perché un minimo errore avrebbe provocato terribili conseguenze ancora agli inizi del 900 era viva la tradizione delle offerte di pane. Il contadino lasciava sul campo un pezzo di pane o una pagnotta durante la prima aratura di primavera per assicurarsi un buon raccolto, oppure alla fine della stagione per auspicare l'abbondanza per l'anno successivo. Al termine della mietitura bisognava trovare il pane, girava attorno adesso per tre volte, quindi mangiarne un pezzo e sotterrare il resto nella terra.

 

 

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Sesto reperto/Europa: Cibele in trono (Museo archeologico nazionale Napoli)

 

Cibele è una dea di origine frigia il cui culto dall'Asia minore passa in Grecia e quindi a Roma. Immagine delle forze generatrici della natura è propiziatrice di fecondità. Viene generalmente raffigurata seduta in trono e in compagnia di uno o più leoni che simboleggiano le forze vitali della natura. La leggenda la descrive mentre percorrere la campagna, in mezzo alla tempesta, sul suo carro trainato da fiere, a sottolineare l'immagine delle forze naturali che in genere si mostrano sotto forma benefica di fecondità della terra, ma che talora possono rivelarsi nel loro aspetto di potenza distruttrice.

 

 

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Settimo reperto/Europa: Cerere (250 d.C) Tunisi

 

Demetra è la dea materna della terra, in particolare della terra coltivata, venerata nei misteri eleusini, una festività solenne, tra le più importanti della Grecia antica. Nel corso del suo lungo peregrinare alla ricerca della figlia Proserpina, rapita da Ade, Demetra si era fermata anche ad Eleusi dove aveva ricevuto ospitalità dal re Celeo. Per riconoscenza nei confronti del sovrano, donò al figlio Trittolemo un carro trainato da draghi alati e una scorta di semi, invitandolo a percorrere il mondo seminando chicchi di grano e insegnando le tecniche agricole.

 

 

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Ottavo reperto/Europa: Mappa mundi Ebstorf

 

La mappa di Ebstorf è considerata la più grande del mondo, andata distrutta nei bombardamenti del 1943, è ora nota solo grazie a una serie di copie fedeli all'originale specchio del pensiero medievale e somma delle conoscenze geografiche scientifiche dell'epoca. La terra vi è rappresentata in base alla struttura cosmologica della salvezza. L'esperienza terrena di Cristo si riflette nella raffigurazione del mondo: Egli stesso diventa mondo, presentato come il suo corpo, dove testa mani piedi fuoriescono dalla carta. Al centro appare Gerusalemme con il sepolcro della resurrezione, luogo di comunicazione tra spazio celeste e spazio terrestre. La terra diviene quindi il luogo in cui si svolgono e sono raffigurati i principali episodi della storia umana e divina su cui il padre eterno regna sovrano.

 

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Nono reperto/Europa: La Grande Zolla (Durer, 1503 - acquerello, Vienna) e

 

L'atteggiamento di ostilità e la svalutazione della terra, divenuti anche simbolo di una lontananza morale da Dio, tipico della cultura medioevale, si riscatta solo nel corso del Rinascimento quando si assiste a una svolta: l'uomo assume una nuova posizione nei confronti dell'universo non più dominato da una gerarchia teologica ma naturalmente ordinato, dove la terra finalmente liberata dall'originaria maledizione diventa mondo da scoprire. L'opera di Durer così come quella di Leonardo, segna una svolta epocale nel modo di vedere il mondo e la natura. Nel pieno rinascimento europeo, mentre umanisti letterati celebravano la mente delle conquiste dell'uomo, Leonardo e Durer  con la loro opera celebravano le meraviglie della terra, facendo emergere con autorevole coraggio il nuovo spirito e la tensione per il mondo naturale che, finalmente riscattato, avrebbe trovato di lì a poco nuova collocazione grazie alla rivoluzione copernicana.

fine prima parte.

 

 

Il viaggio continua...

venerdì, 04 luglio 2008

KOM OMBO sulla pietra il primo trattato di medicina

 

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Kom Ombo era l’antica Ombos e fu costruita in modo che da un lato potesse controllare il corso del Nilo, dall’altra il commercio con la Nubia. Il massimo splendore lo raggiunse in epoca Tolemaica.
 
Il tempio di Sobek ( il dio coccodrillo che salvò il piccolo Horus caduto in acqua e portò, tempo dopo sul dorso la salma del padre Osiride) e Haroeri (Horo) uniti in un unico complesso, rappresenta un vera vera e propria enciclopedia per i sapienti dell’epoca.
 
Sulle pareti  vengono descritte le tecniche mediche e chirurgiche dell’epoca con  relativi disegni, o meglio cataloghi, dei vari bisturi e attrezzature in uso.
 
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Un particolare rilievo è riservato alla ginecologia ed ostetricia in particolare dove si parla di preparazione al parto (che avveniva con la partoriente seduta su uno speciale trono) ed ai sistemi igenici relativi.
Anche le descrizioni delle bacinelle necessarie per la toeletta della puerpera e le prime raccomandazioni sul post partum sono in bella vista sulle pareti del tempio.
 
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Nell’Esodo (I 15-19) si ha la conferma del ruolo delle levatrici nell’assistenza alle nascite e quando (15)  Il re d’Egitto disse alle levatrici ebree , il nome di una delle quali era Sifra e il nome dell’altra Pua,  sì, arrivò fino al punto di dire: “Quando aiutate le donne ebree a partorire e realmente le vedete sullo sgabello per il parto, se è un figlio, allora lo dovete mettere a morte; ma se è una figlia, allora deve vivere”. 17 Comunque, le levatrici temettero il [vero] Dio, e  non fecero come il re d’Egitto aveva loro parlato, ma conservavano in vita i figli maschi A suo tempo il re d’Egitto chiamò le levatrici e disse loro: “Perché avete fatto questa cosa, conservando in vita i figli maschi?” 19 A loro volta le levatrici dissero a Faraone: “Perché le ebree non sono come le donne egiziane. Dato che sono piene di vita, prima che la levatrice possa venire da loro hanno già partorito”.
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Come in Egitto, anche nell'antica Grecia e a Roma erano presenti le levatrici, mentre i medici intervenivano solo nelle situazioni gravi e disperate.
Nel Corpus Hippocraticum sono contenuti sette libri che riguardano I'ostetricia e la ginecologia:
"Le malattie delle donne I e II"; "La sterilità femminile"; "La super- fetazione"; "II parto settimestre"; "II parto ottimestre"; "L 'embriotomia nell'utero".
 
Tornando a questa “treccani” scritta migliaia di anni fa, si ritrova
il concetto del cuore, motore della vita.
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"Se il medico pone le mani sul capo, sulla nuca, sulle mani, sul luogo dello stomaco, sulle braccia oppure sui piedi, dovunque egli ricade sul cuore, perché i suoi vasi conducono a tutte le membra".
 
Questo conferma quanto già abbiamo letto sul Papiro Ebers e cioè della centralità del cuore rispetto alla vita del corpo (come scritto prima, “prendevano il polso” del malato sulla testa, nuca ecc...) Per i medici dell’epoca il cuore era anche il centro della volontà e delle emozioni e soprattutto centro dell’organismo psichico. Il cervello non era nulla.
 
Nell’antico Egitto ogni medico si specializzava in un certo numero di malattie ed avevamo perciò medici che usavano tecniche “magiche e religiose” ed altri che invece usavano tecniche “empiriche o logiche”.
 
Le donne non potevano esercitare l'arte medica e solo durante la III dinastia con Imhotep ( 2720 a.C.)  si ebbe la prima distinzione tra medico, sacerdote o mago.
l'Ankh o Croce della Vita data al malato.
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una curiosità che abbiamo notato: con cunei di legno
(alcuni hanno resistito ai millenni) si affiancavano i blocchi di